Sono andata a vedere il nuovo “Cime tempestose", una versione che si presenta fin dal titolo come un’interpretazione personale, quasi un ricordo modellato dalla sua autrice più che un adattamento fedele del romanzo di Emily Brontë.
La regista Emerald Fennell rivisita con decisione la trama del celebre romanzo, arrivando a definirla “la più grande storia d’amore di tutti i tempi”. Una dichiarazione forte, soprattutto se si considera quanto la relazione tra Catherine e Heathcliff, nel libro, sia tutt’altro che romantica: tossica, ossessiva, violenta, malata.
Nel film, invece, questo lato viene in parte edulcorato. Il loro rapporto diventa un melò passionale, una storia d’amore tormentata tra due anime che non possono stare insieme per convenzioni sociali ma che si “appartengono”. Si perde però la complessità emotiva e psicologica che nel romanzo rappresenta una ferita aperta, capace di logorare dall’interno.
Una storia semplificata
Uno degli aspetti più evidenti di questa versione è la drastica riduzione dei personaggi e delle sottotrame. Della narrazione densa e stratificata del romanzo rimane soprattutto l’atmosfera dei luoghi, mentre la complessità viene sacrificata in favore di una struttura più lineare.
A differenza di altri adattamenti, questa volta non restano questioni narrative in sospeso: la storia si chiude con decisione. Tuttavia, ciò che rimane è una trama piuttosto convenzionale, quasi prevedibile, incentrata sul conflitto tra servitore e padrona. Il risultato è un film visivamente potente.
Il finale si discosta completamente dal libro: la storia si conclude con la morte di Catherine, senza figli, mentre il romanzo prosegue ben oltre, esplorando le conseguenze generazionali del loro amore distruttivo.
Eros e morte: un cortocircuito visivo
Sin dalle prime scene, il film chiarisce il proprio tono: schermo nero, suoni d’ambiente, un respiro affannato che sembra suggerire un amplesso e che invece si rivela essere quello di un uomo impiccato. Un cortocircuito tra eros e morte che definisce l’impostazione dell’intera pellicola.
Nel romanzo, Catherine e Heathcliff a malapena si baciano. Qui, invece, la componente erotica è più marcata, pur senza diventare mai esplicita. Il desiderio è costantemente evocato, suggerito, reso centrale.
Se c’è un aspetto su cui il film eccelle, è quello visivo. La fotografia di Linus Sandgren è impeccabile, costruita con grande raffinatezza estetica. I costumi firmati da Jacqueline Durran diventano simboli quasi astratti, sospesi in un tempo indefinito, con richiami stilistici che mescolano epoche diverse.
Questa scelta richiama altre riletture contemporanee dal forte impatto estetico (in questo senso, Sofia Coppola docet), dove l’immagine prevale sulla coerenza storica e narrativa.
Le interpretazioni
Nel ruolo di Catherine troviamo Margot Robbie, che la incarna come una figura quasi capricciosa, di fine Ottocento. Tuttavia, è la giovane interprete della Catherine bambina a risultare, paradossalmente, più incisiva nel restituire il carattere irritante e impulsivo del personaggio.
Jacob Elordi è forse “troppo bello” per essere il reietto Heathcliff, ma il suo fascino magnetico è innegabile. Menzione speciale per Hong Chau nel ruolo di Nelly: nel film il suo personaggio assume un peso decisamente maggiore rispetto al romanzo, dove è principalmente la governante narratrice della storia al signor Lockwood. Qui diventa figura attiva, quasi sgradevole, simbolo di una volontà repressiva che culmina nella scena in cui stringe il corsetto di Catherine fino quasi a spezzarle le costole — metafora potente del matrimonio come costrizione.
Un film da guardare (ma dimenticando il libro)
La pellicola dura due ore e sedici minuti. La prima parte, dedicata all’infanzia e adolescenza dei protagonisti, risulta a tratti eccessivamente dilatata: alcune scene avrebbero potuto essere accorciate o eliminate.
La seconda parte, invece, è quella che personalmente ho apprezzato di più: intensa, carica di frasi d’amore struggenti, capace di sciogliere il cuore. Il finale mi ha fatto piangere tutte le lacrime possibili.
Ma il punto è proprio questo: per apprezzarlo davvero bisogna dimenticare completamente il romanzo. Le differenze sono troppe. Se lo si guarda come una storia d’amore tragica e autonoma, il film è piacevole e coinvolgente. Se lo si confronta con l’opera originale, il rischio è quello di restare delusi.
In definitiva, un’operazione furba e visivamente affascinante, ma più vicina al romanticismo patinato contemporaneo che alla potenza oscura e disturbante della Brontë.




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