Diciamolo subito: chi si aspettava un finale diverso per Peaky Blinders probabilmente non ha davvero capito il percorso di Tommy Shelby.
Con Peaky Blinders: The Immortal Man non assistiamo a una svolta narrativa, ma a una resa dei conti emotiva. E, in fondo, era tutto già scritto.
Già nell’ultima stagione, il personaggio interpretato da Cillian Murphy era diventato qualcosa di diverso: più che un boss, un uomo svuotato, perseguitato dai fantasmi e incapace di lasciarsi alle spalle il dolore. La morte della figlia aveva segnato un punto di non ritorno. La famiglia, cuore pulsante della serie, si era lentamente sgretolata fino a diventare un ricordo.
Il film riprende esattamente da lì: un Tommy isolato, malinconico, quasi sospeso nel tempo. Siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, e ancora una volta la Storia con la “S” maiuscola si intreccia con le vicende personali. I bombardamenti, il caos, la paura fanno da sfondo a una narrazione che, però, resta profondamente intima.
La trama introduce un complotto nazista legato alla contraffazione della sterlina e una nuova minaccia incarnata da Beckett (Tim Roth), ma questi elementi restano quasi accessori. Il vero cuore del film è altrove: nel conflitto tra Tommy e suo figlio Duke, interpretato da Barry Keoghan.
È uno scontro generazionale, ma anche simbolico. Duke rappresenta ciò che resta dei Peaky Blinders: caos, istinto, mancanza di controllo. Tommy, invece, è il passato che non riesce a morire. E proprio qui sta il senso del titolo: “The Immortal Man” non è un eroe, ma un uomo condannato a sopravvivere a tutto, persino a sé stesso.
Dal punto di vista tecnico, il film è impeccabile. La regia di Tom Harper restituisce un’Inghilterra devastata e decadente, mentre fotografia e costumi mantengono quell’identità visiva che ha reso la serie iconica. Tutto è curato, potente, riconoscibile.
Eppure, qualcosa manca.
Il problema principale è la struttura: l’universo di Peaky Blinders, costruito su tempi lunghi e stratificazioni profonde, fatica a respirare in un formato cinematografico. Le sottotrame – dalla guerra al complotto economico – risultano compresse, quasi accennate. Più che un film, sembra la sintesi di una stagione mai realizzata.
Anche il percorso di Tommy, per quanto intenso, non evolve davvero. Piuttosto, si chiude su sé stesso. Il film diventa così una sorta di eco emotiva della serie: potente, sì, ma anche ridondante.
E allora la domanda iniziale torna con forza: ci aspettavamo davvero qualcosa di diverso?
Forse no. Perché Tommy Shelby non è mai stato destinato alla felicità, né alla redenzione completa. Il suo destino era la solitudine, il peso delle scelte, la consapevolezza.
Peaky Blinders: The Immortal Man non è un finale sorprendente. È un finale coerente.
E proprio per questo fa così male.
Un epilogo che non chiude davvero, ma lascia una cicatrice. Come tutta la storia di Tommy Shelby.



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